l'io in vetrina
la via del sogno

Ci sono giorni in in cui ci è consentito sognare. Persino di essere buoni. Qui da noi. In altri paesi bisogna sognare tutti i giorni. Se si vuole vivere. Ed è qui che il rifiuto si è preso la sua rivincita. Non diventando quello che avrebbe potuto ridiventare. Ma diventando sogno.
Fedele a me stesso mi spiego per poche parole. Oggi si parla già così tanto. E le parole sono fonte di malintesi. Non cerco nemmeno di essere comprensibile più di tanto. Se dovesse essere poco, parlatene con Emily, Antoine, Volodia, Matteo.
Viaggiando per deserti, e per foreste, e per città lontane ho incontrato quella creatività che da noi non si usa più.
L'ho raccolta e portata con me. Le ho riservato tutta la cura di cui sono capace. E' così fragile e splendidamente inutile. Come i ricordi. Ho imparato a condividere la sorte di ciò che è stato e non è più. La sorte del rifiuto. Il rifiuto che è lì e non deve più niente a nessuno. Non chiede niente. Quello che doveva fare lo ha fatto. Non vuole essere capito e nemmeno di essere ringraziato. Il ringraziare, come l'addomesticare, è una cosa ormai dimenticata. Tanto più oggi in questa civiltà dell'usa e getta. Non importa se lattina o cuore o uomo. Il rifiuto è poi comunque lì per servire ancora. Se serve. E certamente serve se diventa sogno. A volte si potrebbe tentare di ritornare ad essere ciò che si era. Non ne vale la pena. Conviene lasciare agli altri la quotidianità. E' meglio rendere e rendersi sogno. Sino a quando ci sarà qualcuno capace di farlo, allora si avrà un prato. Anche senza avere un trifoglio e un'ape.
E' con una qualsiasi vuota lattina gettata via che ci si può costruire una macchina che non si avrà mai. E' su un insulso amorucolo primaverile che ci si inventa un amore eterno. E' la pietra che il costruttore ha riprovata che diventa pietra angolare su cui verrà edificata la città dell'utopia. Sì, proprio qui sta il riscatto di ciò che è stato svuotato, consumato, rifiutato, reso rifiuto. E alcuni di questi rifiuti diventati sogno li porto agli occhi degli altri. Io,no.

Mino Rosso